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I am a |



Spedizione a Brooklyn a vedere uno studio di registrazione dove a fine mese vorrei fare qualche giorno di session con i musicisti che ho conosciuto in queste settimane. Lo studio è bellissimo, è il paese dei balocchi, ha una grande collezione di strumenti analogici dagli anni Quaranta in poi e il proprietario stesso potrebbe stare nella collezione come rappresentante di un mondo. Si sale una rampa di scale e si entra in un luogo che a un’occhio profano potrebbe sembrare un magazzino di un rigattiere e invece ognuno di quegli oggetti ha una voce, una storia, un timbro pronto per servire un’idea musicale,per raccontare qualcosa se c’è qualcosa da raccontare. Però ci sono ancora gli appassionati,gli higlander,gli hobbit (spesso ne hanno anche le fattezze) che tengono in piedi questi santuari della musica,queste caverne piene di cavi e di profumi di legno vecchio,ferro arrugginito,muffa,elettricità,stagno fuso,caffè,nastro magnetico,interno di pianoforte (che ha un suo odore),questi luoghi sono delle vere e proprie pance di balena dove in fondo, al buio c’è un Geppetto che ancora lucida la sua chitarra e ripara le valvole di un amplificatore. Questa può essere un’epoca veramente entusiasmante, la possibilità di «fare mondi» (come giustamente titola quest’anno la biennale di Venezia) è totale e non possiamo non approfittarne,sarebbe un peccato. Abbiamo questa compressione del tempo in cui non c’è più vecchio e nuovo e «qui» e «lì» ma tutto avviene ora in equilibrio su fili che pendono sopra al mondo e 6 miliardi di acrobati si guardano negli occhi stando attenti a non cadere ma anche disposti a cadere, però, disposti a perdere, però. Sennò che gusto c’è a stare sul filo?

Ho provato a far pace con la terra. Qui c’è un vivaio ordinato e preciso come un supermercato: carrelli, reparti, etichette e prezzi. Organizzato come un catalogo on line risponde secco alle domande del consumatore, autonomo ed orgoglioso di poter fare a meno di costosi commessi e giardinieri in carne ed ossa. La passiflora qui non è rara, costa la metà di cure farla arrampicare felice. Guarda di che fiori è capace. Geometria blu da leggere e decifrare, come piaceva a noi. Si aggancia alla vita con una forza che impressiona, esprime i suoi viticci complessi come se la passione non costasse niente. Giorno dopo giorno srotola centimetri di sé sotto i miei occhi che la scrutano per cogliere un segno del suo segreto. Invano tentativo quotidiano. Da due mesi non sento più la terra tremare sotto i miei piedi, ma arriva un temporale, un tuono vibra e scuote le mie radici, lontane da qui più di cento chilometri.
Ore ed ore inoperose producono giorni misteriosi e notti imperscrutabili. Un intervallo di attesa che cresce lentamente come le talee di geranio che ho conficcato nell’aiuola di questo pianeta. Tutte le mattine mi infiltro sul retro tra i camerieri giocosi e raccolgo l’acqua che fa miracoli. Mi realizzerà un nuovo eden dove sistemerò la mia prossima felicità. Chissà.
Pedalo senza fretta lungo il molo sud. Come l’argento, anche il cemento riflette tutto il blu profuso nell’aria e nell’acqua. Incessanti le onde salgono e scendono un odore aspro e poi dolce. Respiro profondo, inspiro lunghe memorie e poche parole che mi martellano. È un incanto il vento rosa del tramonto. Parcheggio la bici e siedo i miei pensieri su una panchina decorata dall’amore degli adolescenti dei giorni già andati. Non so più sognare e se chiudo gli occhi mi manca tutto quel niente che avevamo messo insieme.